Nonostante o forse proprio perché tutti si riempiono la bocca con l'espressione "premiare il merito" ho una certa diffidenza nei suoi confronti. Detta così la meritocrazia sembra una cosa di buon senso, si deve premiare il merito, occorre che i meritevoli vadano premiati, avanti i meritevoli, ecc. ecc. - ma poi se si approfondisce un pochino il discorso e non si rimane al livello superficiale delle ovvietà, i nodi vengono al pettine: cosa vuol dire premiar il merito? Che cos'è il merito? Chi decide chi è meritevole di cosa? Ricordo ancora un pezzo di Umberto Eco, contenuto in Sette anni di desiderio e significativamente intitolato Avremmo mandato Dante in cattedra?, nel quale argomentava che se ad un immaginario concorso universitario si fossero presentati Socrate o Dante, molto difficilmente sarebbero passati. Me lo conferma un fatto, di stretta attualità: una volta tanto che nel nostro paese viene applicato un criterio di qualità - di merito - nella distribuzione dei fondi agli atenei universitari, cosa succede? Che tranne un caso, quello di Trento, la ripartizione dei fondi premia i soliti noti. Non che Milano e Torino non si meritino questo riconoscimento, ci mancherebbe: il problema è un altro. La logica , fintamente democratica, che sta alla base di questo tipo di graduatorie è in fondo quella del classico cane che si morde la coda: premio chi ottiene dei risultati, ma ottiene dei risultati chi ha già i soldi. Gli atenei bocciati prenderanno ancora meno soldi, e prendendo ancora meno soldi, otterranno ancora meno risultati.
David Byrne porta all'anfiteatro uno spettacolo perfetto, elegante e raffinato, al quale si addice benissimo il completo bianco che indossa, così come di bianco son vestiti i suoi musicisti e i 3 instancabili ballerini. Raffinato sì, ma non per questo meno coinvolgente: a metà del concerto, siamo già tutti in piedi, ad applaudire ed è impossibile stare fermi, persino io che di solito. La scaletta pesca dai pezzi dei Talking Heads e dai lavori scritti con Brian Eno, un repertorio per quanto mi riguarda sicuramente da approfondire, dopo la serata di ieri. Nel finale, fanno anche Burning down the house - eccola qua, giusto per dare un'idea - e tutti, compreso lo stesso Byrne, indossano dei tutù di tulle. Torno a casa con in testa tante note e la consapevolezza di essermi innamorato di una delle sue ballerine.
In spiaggia, accanto a me, ci sono 3 tizie che da mezz'ora non fanno altro che parlare male degli uomini. Sono infuriate: sono troppo tonti questi uomini, dice una. Stringi stringi sono tutti uguali, dice l'altra e, infine, sono completamente inaffidabili, dice la terza. Accendo l'ipod per evadere, ma circa mezz'ora dopo, levandomi le cuffie, sento che stanno ancora sviscerando l'argomento. Così vengo a sapere che una loro quarta amica non è potuta venire al mare con loro perché il suo fidanzato le ha fatto venire un'allergia. Non può neanche mangiare pomodori, dice la seconda mentre la terza si limita ad annuire. Riaccendo. Mezz'ora dopo...riemergo dall'ascolto dei Röyksopp e degli Zero 7 e loro stanno parlando male dei ventilatori, tra l'altro facendo uso di una terminologia molto simile a quella adoperata in precedenza a proposito degli uomini. Sono proprio inaffidabili, dice una.
"Libro saturo d'infelicità e di poesia", la cui lettura "lascia mutati: più tristi e più consapevoli di prima". Queste parole di Primo Levi a proposito del Processo di Kafka, di cui curò un'eccellente traduzione, mi tornavano continuamente in mente mentre leggevo Cecità di José Saramago, Einaudi. E in effetti, i due romanzi hanno molte cose in comune: ad es. possono essere letti in termini letterali ma, anche, come una efficacissima metafora della condizione umana. La trama, in breve, ridotta alle sue coordinate essenziali: un'epidemia di "mal bianco" si diffonde rapidamente tra gli abitanti di una città [volutamente Saramago non dice di quale città si tratta, in quale paese ci troviamo per rendere il più possiibile universale la vicenda narrata]. Uomini e donne diventano improvvisamente ciechi, avvolti in una luce bianchissima, immersi come in un mare di latte. Le autorità rinchiudono i ciechi in un ex manicomio abbandonato, in quarantena, come si faceva ai tempi del colera o della febbre gialla, in attesa che torni loro la vista o che qualcuno trovi un rimedio. Saramago racconta le reazioni, gli stati d'animo di un'umanità variegata, dolente e sconfitta, e il cui destino rimane imperscrutabile. "Non ha trovato risposta, le risposte non vengono ogniqualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l’unica risposta possibile" dice ad un certo punto lo scrittore a proposito di uno dei suoi personaggi. Siamo tutti ciechi, solo che non lo sappiamo - e in questo consiste la nostra cecità.
Per farla breve. Cecità è uno dei libri più belli ed emozionanti che io abbia mai letto. Assolutamente raccomandato.
Per farla breve. Cecità è uno dei libri più belli ed emozionanti che io abbia mai letto. Assolutamente raccomandato.
L'ha detto la tv, quindi è vero. Fa caldo, tremendamente caldo, tremendamentissimamente caldo. Sventoli la mano oppure scorri velocemente le pagine di un libro davanti alla faccia, puoi sempre dire che applichi un metodo di lettura veloce, compri quantità industriali di bottigliette di acqua minerale, ti aggiri seminudo per casa, mangi frutta e gelati, ti piazzi davanti al frigo nell'attesa che qualcuno lo apra, prelevi dei cubetti di ghiaccio ma non per intingerli nel Cointreau e fare dei giochini erotici - con chi, poi - la notte le finestre della tua camera vanno da semiaperte ad aperte a semispalancate fino a spalancate. Poi guardi il calendario e pensi che prima o poi settembre dovrà pur venire.
Questo pomeriggio squilla il telefono di casa. Rispondo, dall'altra parte una voce femminile mi chiede se mi va di sottopormi a un sondaggio, sarà roba di pochi minuti, va beeene rispondo un po' rassegnato. In effetti la cosa fila velocemente, riguarda le radio, ed è facile: la radio che ascolto di più è radiotre, non ci sono dubbi. Comunque, terminate le domande di rito, la sondaggista mi chiede di confermare la mia insularità. Io la confermo, lo sapevo esclama lei, l'avevo capito dall'accento, e poi comincia a spiegare che lei, che è di Trieste, ha un fidanzato sardo. Ah bene, rispondo. E poi aggiunge che lei, che scopro chiamarsi Carolina, è stata qui, nella mia città, e poi comincia a elencare cosa ha visto e cosa non ha visto e che bella che è la sua isola e che bella che è la sua città e che belli che siete voi dell'isola, io dico grazie grazie grazie, non sono mica maleducato, insomma, la conversazione si protrae altri dieci minuti, poi mi chiede se sono mai stato a Trieste, purtroppo no rispondo, mi manca l'esperienza dello spritz, e così via. Tant'è che ad un certo punto ho pure pensato ad uno scherzo. Ma no. Capisco che chi fa questo lavoro latiti di rapporti umani e che dev'essere estremamente spersonalizzante leggere a degli sconosciuti, al telefono, per un numero di ore che è sempre maggiore di quello che dovrebbe essere, domande inutili sui loro gusti radiofonici. Una domenica di luglio, poi.
Adesso ho capito perché una settimana fa si erano dati tanto da fare affinché qui le strade venissero incatramate come si deve. Il caldo di questi giorni è una cosa fantastica, che ti fa apprezzare il lavoro degli eroici operai del comune.







