Urna. Come scrivevo l'altro giorno da Paolo, a due settimane dalle elezioni, solo da poco ho cominciato a capire per chi votare. Fino a qualche tempo fa, lo confesso, ero fra gli indecisi. Ma la mia indecisione la definirei soft e non hard. Nel senso che c'è l'indeciso che non sa a chi dare il proprio voto, non ha simpatia per nessuno dei candidati/partiti in lizza - e forse per questo motivo, diserterà le urne. Questa io la chiamerei indecisione hard. Poi c'è l'indecisione soft, nella quale mi riconosco: ossia, uno sa fin troppo bene per chi non voterà - del resto, come osservava Montale, è più facile dire ciò che non siamo, ciò che non vogliamo - ma non ha ancora un'idea ben precisa di chi votare.
La cosa buffa è che andando su questo sito e facendo il relativo test scopro un risultato che un po' mi sorprende - invece sulla distonsa da una certa parte politica, esemplificata in maniera eccellente dal grafico, non avevo dubbi...
Istruzioni per l'uso. Se [e solo se] non abitate nelle isole Fiji e in Mongolia. Se [e solo se] volete contribuire al risparmio complessivo dei consumi di energia elettrica. Infine se [e solo se] non volete arrivare agli appuntamenti in ritardo di un'ora, la qual cosa potrebbe avere delle ripercussioni nefaste sulla vostra vita sociale. Ebbene, casomai non l'abbiate fatto stanotte alle due, vi conviene spostare le lancette dell'orologio avanti di un'ora.
Volete un consiglio? Non azzardatevi mai e poi mai a provare a fare le flessioni con i pugni.
Un consiglio più serio: alle 11.50, Radio3, un concerto di Stefania Tallini, che è una brava [oltre che molto bella] pianista giàssss.
Diciottanni. Ultimamente mi capita di citare su questo blog le mie precedenti vite. Detto così sembra che io ne abbia vissute chissà quante. Ma no. Una di esse, però, risale a quando avevo diciott'anni. Quando io avevo diciott'anni, correvano i primi anni novanta, Tangentopoli era appena agli inizi e Clinton diventava presidente degli States. Allo scoccare della maggiore età non mi precipitai, come la quasi totalità dei miei coetanei, a fare la patente, disinteresse che mi porto dietro da allora [mio padre provò a darmi qualche lezione di scuola-guida sulla vecchia 127 blu notte]. I miei gusti musicali oscillavano tra De André, la Sinfonia n. 4 in mi bemolle maggiore Romantica di Anton Bruckner e la Settima di Gustav Mahler, Lied der Nacht, di cui mi commuovevano anche i Lieder eines fahrenden Gesellen - per dire eh, a quell'età di solito i giovani ascoltano i Doors, che io invece ho scoperto in ritardo dieci anni dopo [e va beh, meglio tardi che mai]. In quel periodo, mi sembrava inevitabile che prima o poi io dovessi scrivere dei romanzi. Ero innamoratissimo di una ragazza con i capelli lunghissimi alla quale, ovviamente, piaceva un altro. Avrei voluto conoscere qualcuno che amasse come me i fratelli Marx, di cui avevo registrato tutti i film in tv, li trasmetteva Raitre in estate a tarda notte, con la presentazione di Vieri Razzini. Leggevo Dylan Dog. Compravo l'Unità anche perché all'epoca, se non ricordo male il direttore era Veltroni, allegavano al giornale le monografie del Castoro cinema. Fu in quel periodo che scoprii Woody Allen, i suoi primi film, e sugli scaffali della mia libreria fecero la loro comparsa i libriccini Feltrinelli con le sceneggiature. Accanto, i lugubri tascabili grigio-nero della Newton Compton "100 pagine 1000 lire". Leggevo Hesse, anche se non mi sembrava questo granché, Schopenhauer e Il dottor Zivago di Pasternàk, ad un'età in cui forse sarebbe meglio leggere Sulla strada di Kerouac.
Per fare un albero ci vuole un fiore. Più o meno tutti abbiamo un amico o un'amica che magari vediamo/sentiamo 1-2 volte all'anno, e con il/la quale ogni volta che ci si ritrova, come per magia, scatta subito l'intesa, e allora sono risate e racconti, chiacchierate-fiume dove ognuno aggiorna l'altro delle proprie disavventure e alla fine ci si lascia ripromettendosi di rivedersi, anche solo per un caffè. Ecco, non so se capita anche a voi di provare ciò che sto per dire, ma il limite di tutto questo sta nel fatto che, nel riassumere all'altro gli accadimenti più recenti della propria vita, per forza di cose, anche non volendo sei portato a selezionare, forzare, semplificare. Si perdono le sfumature. Anche se ti sforzi di raccontare tutto per filo e per segno, manca sempre qualcosa, tutto appare come cristallizzato. E' come giudicare un film unicamente dal suo finale, una lettera dal commiato, una canzone dalle ultime note.
Auspico un giorno l'invenzione di speciali chiavi usb che consegneremo alle persone care e nelle quali inseriremo i nostri dati con le emozioni, i tentennamenti, le parole e le cose, le deviazioni e gli smarrimenti, i ritorni le svolte e i ripensamenti, gli strappi e le ricuciture. Vi ritroveranno tutto quello che c'è da sapere, rivivranno quello che maldestramente cerchiamo di trasmettere con le nostre parole.
Live at the Park. Lo confesso. Complice la bella giornata, armato di digitale e di Una stagione all'inferno di Arthur Rimbaud, ieri sono andato a fare una passeggiata al parco vicino casa. Mi viene in mente un detto di Flaiano che all'incirca diceva: "la natura è quel posto dove ci stupiamo di essere così stupiti" [o era "stupidi"?]. Qua qua.
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Letteratura di viaggio. Dopo due giorni chiusi in casa perché là fuori piove ininterrottamente o quasi, stamattina col sole in faccia gli uccellini che cinguettano e il cielo azzurro e terso. Bellissimo. Capita che uno voglia rivedersi quel vecchio film di Truffaut che gli piace tanto, salvo scoprire all'ultimo momento - ossia nell'inserire la videocassetta nel videoregistratore - che il vhs, vecchiotto e utilizzato diverse volte, aveva il nastro spezzato. Fortuna che sabato mattina avevo registrato su La7 Provaci ancora, Sam. E dopo il film, ho cercato sulla libreria il libriccino Feltrinelli con la sceneggiatura del film - perché, dovete sapere, in una mia precedente vita compravo i libriccini Feltrinelli con le sceneggiature dei film di Woody Allen.
Va beh intanto, pioggia permettendo, sono andato in giro a fotografare il mondo riflesso nelle pozzanghere.
Ho mangiato le pardule e gli amaretti, ascoltato le Suites per violoncello solo di Bach e ho pure letto una bella definizione di Jean-Claude Izzo di cos'è essenziale: "ciò che non si potrà mai portare via perché esiste nel solo istante in cui lo si guarda".

BUONA PASQUA!
[F. De André - un chimico]
Primavera non bussa, lei entra sicura,
come il fumo lei penetra in ogni fessura,
ha le labbra di carne, i capelli di grano,
che paura, che voglia che ti prenda per mano.
Che paura, che voglia che ti porti lontano.
Di rose di aerei e di nuvole. Antoine de Saint-Exupéry, l'autore del Piccolo principe, scomparve misteriosamente a bordo del suo aereoplano il 31 luglio 1944 mentre sorvolava la baia degli Angeli nella regione di Grenoble-Annecy. Nel 1998 un pescatore trovò al largo di Marsiglia un braccialetto d'argento con il suo nome; quatro anni fa, più o meno nello stesso tratto di mare, al largo dell'isola di Riou, furono ritrovati i resti del suo aereo. Prima di questi ritrovamenti, erano state formulate nel tempo le ipotesi più diverse: abbattimento ad opera dei tedeschi, incidente, distrazione, suicidio, ecc. curiosamente nessuno aveva ipotizzato che, più plausibilmente, Saint-Exupéry ne avesse abbastanza degli uomini e della guerra e avesse deciso di raggiungere il piccolo principe sul suo pianeta. Delle volte proprio a causa della sua semplicità la risposta più ovvia viene scartata per prima.
Recupero oggi un articolo apparso su Repubblica di domenica: a parlare è un 88enne ex pilota della Luftwaffe, il quale confessa di essere stato lui ad abbattere l'aereo: "L'ho colpito. L'aereo è precipitato dritto in mare. Nessuno è saltato dall'abitacolo. Il pilota non l'ho visto. Ho appreso qualche giorno dopo che era Saint-Exupéry. Ho sperato e spero ancora che non fosse lui. In gioventù abbiamo letto tutti i suoi libri, li adoravamo. Sapeva descrivere n modo ammirevole il cielo, i pensieri e le impressioni dei piloti. Il personaggio mi piaceva. Lo avessi saputo, non avrei sparato. Non su di lui. Non ho mirato contro un uomo che conoscevo. Ho sparato su un aereo nemico che è caduto". Sono sicuro che questo signore ricorda male, e che si sbaglia. Borges diceva che la soluzione del mistero è sempre inferiore al mistero stesso. Questo è uno di quei casi in cui questa regola trova conferma.
Vado ad annaffiare la mia rosa.











